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Il pipistrello vanitoso, favola sudamericana

C’era una volta, in una fredda sera d’inverno, un pipistrello che, sebbene si trovasse in una grotta ben riparata dal vento e dalle intemperie, tremava come una foglia. Per questo motivo, egli cercava di raggomitolarsi e di coprirsi sue piccole ali, ma non ne traeva grande beneficio, perché queste non erano abbastanza resistenti da riuscire a ripararlo dall’aria gelida.
Il poverino, allora, si dimenava e si lamentava:
‑ Povero me! Questa volta non riuscirò a volare nel cielo sereno della primavera, sono sicuro che morirò, prima.
Egli si mise a piangere così forte che le sue grida furono sentite ovunque: dal punto più basso della terra a quello più alto del cielo.
Un aquila, che volava proprio da quelle parti, udii i suoi lamenti e, calando in picchiata, si diresse verso l’apertura della grotta da dove essi sembravano provenire.
Quando entro, vide un piccolo pipistrello nero che piangeva così forte da far impietosire chiunque.
‑ Buonasera pipistrello! ‑ esordì l’aquila con tono gentile e delicato, per paura di intimorire il piccolo animale già tanto triste e sconsolato.
‑ Bu… bu…. bu… buonasera! ‑ rispose balbettando il pipistrel­lo sempre più scosso dai singhiozzi.
Perché piangi così? Che cosa ti è successo?
Piango perché ho tanto freddo e non riesco a riscaldarmi disse l’animale.
Come mai allora gli altri uccelli non piangono e non si disperano come te? ‑ chiese incuriosita l’aquila.
‑ Gli altri hanno le penne che li riparano dall’aria gelida ed io, invece, come tu puoi vedere, sono tutto spelacchiato e non certo pronto ad affrontare la brutta stagione.
L’aquila capì che il pipistrello doveva essere davvero giovane di età, perché dalle sue parole non era difficile intuire che si trattava del suo primo inverno.
Poiché era un’aquila dal cuore buono e comprendeva i bisogni dei più piccoli, avendo anch’essa lasciato da poco i suoi figlioletti nel nido, disse:
‑ Non ti preoccupare, ti aiuterò io!
E, detto fatto, si lanciò in volo e chiese a tutti gli uccelli della terra di donare una piuma per il povero pipistrello.
Si mostrarono tutti molto generosi e così l’aquila raccolse le penne con il suo grande becco e le portò alla grotta.
‑ Ecco vedi! Non piangere più! Gli uccelli hanno sentito la tua storia e si sono prodigati per farti avere le loro piume. Forza, prendile!
Il pipistrello non riusciva a credere ai propri occhi: ora possedeva penne di ogni foggia e colore.
Cominciò quindi ad attaccarsi prima una piuma e poi l’altra e, quando ebbe finito di indossarle tutte, fu così orgoglioso e fiero del suo nuovo aspetto che rimase senza parole. Era diventato un esemplare stupendo con tutte quelle penne colorate e, ogni volta che apriva le ali, si sorprendeva dell’effetto stupefacente che egli stesso creava.
‑ Oooh! Oooh! ‑ continuava a ripetere, specchiandosi in una piccola pozza d’acqua nella grotta.
Dopo un po’ il pipistrello, avendo fatto le prove ed essendosi accertato di essere in grado di volare, partì, senza neppure preoccuparsi di ringraziare e salutare colei che tanto si era
prodigata per placare la sua afflizione.
‑ Guarda un po’ che ingrato e sfacciato! ‑ esclamò l’aquila.
E tempo passava e il pipistrello era diventato così vanitoso che trascorreva le sue giornate a specchiarsi e rimirarsi in ruscelli e torrenti, laghi e stagni, laddove insomma vi fosse stata un po’ d’acqua sufficiente a riflettere la sua immagine. Era diventato persino maleducato e non salutava più nessuno, occupandosi soltanto di lisciare e pulire le sue piume colorate. Non aveva più freddo e, per questo motivo, non metteva più piede nella grotta giacché il suo unico pensiero era quello di mostrare le sue nuove sembianze.
Gli altri uccelli cominciarono a risentirsi del comportamento, del pipistrello e mandarono una delegazione dall’aquila per metterla al corrente della faccenda.
-….Passa le sue giornate a pavoneggiarsi, come se le piume fossero sue, e non mostra neanche un po’ di gratitudine nei nostri confronti; addirittura, quando ci incontra, fa finta di non vederci e non ci saluta neppure ‑ disse un piccolo pappagallo.
L’aquila rifletté per qualche minuto su quanto le era stato riferito e alla fine disse:
– Mi occuperò io del problema e, statene certi, prima di sera sarà tutto risolto.
L’aquila mandò a chiamare il pipistrello e, non appena questo le fu di fronte, iniziò a parlare:
Questa mattina ho ricevuto parecchie lamentele riguardo al tuo comportamento. Mi hanno detto che non fai altro che vantarti delle piume che, lo sai bene, appartengono in realtà agli altri uccelli. Che cosa mi sai dire a tua discolpa?
‑ E che cosa dovrei dire? Se parlano così, è perché sono invidiosi della mia bellezza. Guardami, hai mai visto un uccello più incantevole di me? ‑ domandò il pipistrello, allargando le ali e facendo una giravolta.
L’aquila allora capì che le restava solo una cosa da fare. Si levò in volo e ordinò a tutti gli uccelli di andare a riprendersi le piume che avevano regalato al piccolo pipistrello. Quelli,
che non aspettavano altro, si precipitarono dall’uccello vanitoso. E strappa di qui, stacca di là, il poveretto si ritrovò presto senza piume e, tutto nudo e spelacchiato, si vergognò talmente tanto che, da ‘allora, si nasconde di giorno per poi volare solo di notte.
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La bellezza e una gran cosa a cui si mira per la posa, ma se ti ostini a mostrar la boria, saranno guai, altro che gloria!

Tratto da: Fiabe e leggende della tradizione sudamericana

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