Novità

Il primo convegno italiano sul recupero e la riabilitazione dei chirotteri CHIRecuperO Primo convegno italiano ...     “Il pipistrello, il rovo e il gabbiano”, di Esopo Molto tempo fa, un pipistrello, un ...     Pipistrello, di Alda Merini Nella notte, mago del cielo, in vol ...     Vorrei una bat box e un pipistrello. Cosa prevede la legge Da sempre mi piacciono questi anima ...     Il “tuo” aiuto concreto in difesa dei pipistrelli italiani Ciao a tutti, innanzitutto una prem ...     Valencia, una città col pipistrello sullo stemma Scolpito sulla porta gotica della C ...    

Spallanzani e i suoi terribili esperimenti sui pipistrelli

Nell’estate 1793, durante le tradizionali vacanze estive a Scandiano, Spallanzani fece un’altra scoperta sorprendente, che mise ben presto a rumore il mondo scientifico europeo dando il via, come era avvenuto quasi trent’anni prima con le lumache, ad una frenesia di ricerche, discussioni, controversie. Grazie alla collaborazione del fratello Niccolò e dei giovani nipoti, aveva infatti verificato che i pipistrelli, oltre a volare al buio, potevano volare anche accecati. Il fenomeno, del tutto inatteso e sconosciuto, lo aveva indotto a proporre “il sospetto” che fossero dotati di “un nuovo senso”, come recitava la memoria sull’argomento che pubblicò a Torino nel 1794.
Sorpreso lui stesso della scoperta, Spallanzani cominciò a parlarne con molta cautela ai suoi corrispondenti più fidati. Il 30 agosto 1793 scriveva a Jean Senebier di aver fatto “ne’ giorni scorsi” “una scoperta, che senza esagerazione mi ha più sorpreso che le mie fecondazioni artificiali, e le mie riproduzioni animali, e che a prima giunta sembra più presto una favola che una verità”. E il 9 settembre ribadiva a Michele Araldi di essersi “ne’ giorni scorsi” ” abbattuto a fare una scoperta in un animale che quando la pubblicherò non sarà così facilmente creduta, tanto essa è singolare e paradossa”. Proprio per questo lo informava che sarebbe arrivato il “giorno 11 corrente” a Modena, “recando alcuni di questi animali”, perché voleva che l’amico e collega dell’Università fosse “testimone oculare di un fatto, a quel che io credo, fin ora unico, e quel che più rileva, sorprendentissimo”. Per maggiore sicurezza, lo pregava anche di invitare all’esperimento “qualche altro valente professore, come uno Spezzani, un Venturi, un Savani o qualunque altro che ella credesse al proposito”.
Per niente pago delle prime conferme ricevute a Modena, Spallanzani cominciò ad interpellare diversi naturalisti, in Italia e all’estero, affinché ripetessero i suoi esperimenti, prima di decidersi a pubblicare una memoria sull’argomento. Tra gli altri Michele Girardi a Parma, Senebier e de Saussure a Ginevra, Antonio Maria Vassalli a Torino, Pietro Rossi e Giorgio Santi a Pisa, Paolo Spadoni a Bologna, Floriano Caldani a Padova. Solo dopo aver ricevuto molte sollecitazioni dai colleghi, Spallanzani permise a Vassalli di pubblicare il testo di due Lettere sopra il sospetto di un nuovo senso nei pipistrelli, datate 11 e 29 dicembre 1793, con l’aggiunta di alcune relazioni dello stesso Vassalli, di Rossi e di Senebier.
Dopo aver escluso, mediante l’otturazione con pallottole di vischio delle orbite oculari, che i pipistrelli accecati conservassero un residuo di capacità visiva, Spallanzani era passato alla ricerca dell’organo vicario della vista. Aveva scartato prima il tatto, perché gli animali accecati evitavano alla perfezione, come quelli normali, gli ostacoli. Anche otturando con cera liquefatta le orecchie e le narici dei pipistrelli non si potevano notare variazioni nella regolarità del volo. La stessa situazione si verificava eliminando, tramite il taglio della lingua, il senso del gusto.
Giunto a questo punto, Spallanzani proponeva al confronto sperimentale della comunità scientifica europea l’ipotesi dell’esistenza di un sesto senso nei pipistrelli.
Nel frattempo era avvenuto un fatto nuovo, che impresse una svolta alla ricerca. Senebier aveva presentato alla Société d’Histoire naturelle di Ginevra la memoria di Spallanzani, ed un giovane naturalista, Louis Jurine, si era proposto di ripetere gli esperimenti. In poco tempo, affinando la tecnica impiegata dal naturalista scandianese, Jurine giunse alla conclusione che l’organo vicario della vista era l’udito: cioé l’ipotesi che Spallanzani stesso aveva preso in considerazione, ma per escluderla.
Spallanzani rifece allora, nuovamente e con maggiore accuratezza, gli esperimenti di otturazione delle orecchie. Nonostante dubbi e perduranti incertezze, chiaramente documentate dai protocolli delle esperienze, alla fine accettò la spiegazione di Jurine: “quantunque – scriveva a Senebier il 28 ottobre 1794 – dapprima pensassi diversamente”.


Tratto da: http://spaceregionet.it

Leave a Reply

Con il patrocinio gratuito di: