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I pipistrelli nei dialetti italiani

(di Gabriele Torcigliani) – Il pipistrello è un animale straordinario, unico nel suo genere, semplicemente dire che è l’unico mammifero che vola ha di per se qualcosa di eccezionale, ma ha tante altre peculiarità: avere origini che si perdono nella notte dei tempi, essere presenti in quasi tutto il globo, abitudini alimentari variopinte a seconda della specie (insetti, frutta, polline, pesciolini …), oppure dormire a testa in giù, essere un animale notturno … ma assai particolare essere parte viva del folklore di innumerevoli culture.

Nella cultura Maya rappresentava una potente divinità, nota con il nome di Zotz, che governava le caverne e il regno delle tenebre, associavano il pipistrello alla morte, alla notte ed al sacrificio. Ancora più forte era la credenza del  gruppo etnico dei Tupinambas del Brasile sostenitori che la fine del mondo fosse preceduta dalla sparizione del sole divorato da un pipistrello.

Non sempre nelle varie credenze popolari i pipistrelli venivano o vengono associati a qualcosa di negativo, per i nativi americani questi animali notturni sono tutt’oggi considerati simbolo di energia. Gli sciamani se ne servivano per ottenere la “vista notturna”, secondo tale concezione il pipistrello rappresenta intuizione, sogno e visione. Anche in Cina è da sempre stato un simbolo positivo, in particolare nell’Antica Cina era considerato emblema di felicità.

Tutto ciò ha portato il pipistrello ad avere una propria storia, una storia che varia non solo da continente a continente, o  da nazione a nazione, ma anche a livello regionale, provinciale e talvolta comunale. Chi ci racconta bene questa storia sono i diversi nomi che assume la parola pipistrello nelle varie forme dialettali presenti nel nostro territorio. Proprio a tal proposito, grazie all’Associazione Tutela Pipistrelli ed i suoi follower, sono stati raccolti suggerimenti e di seguito si è cercato di risalire al significato, cosa non proprio semplice.

I nomi che andiamo a illustrare spesso derivano dalla biologia dell’animale, dai suoi comportamenti, o appunto dalle credenze popolari, quest’ultima, particolarmente in Italia, è viziata dalla simbologia cristiana del pipistrello, già nel Medioevo considerato un essere malefico, collegato a Satana e associato alle streghe.

Molte forme dialettali associano il pipistrello ad un “topo che vola”, così in Valle d’Aosta rattevolandze, ma anche ratavoulajè in dialetto Patois, invece i piemontesi utilizzano ratavoloira [ratavulòira] con tantissime varianti, ad es.  rat vulòr nel Novarese o rat vùluùs nel Verbano. Anche nei dialetti lombardi viene spesso indicato con il medesimo significato, a Pavia rataùla, a Milano sgularat (c’è anche una squadra di hockey con questo nome ed appunto il simbolo del pipistrello), a Crema gularàt, ma nel Cremasco c’è l’eccezione di San Bassano che lo chiama ràt raguladùr che sta per “topo che raglia”, ad indicare un suono sgradevole.

Altrove, più che definirlo un topo volante, viene visto in modo leggermente diverso, come “topo uccello”, per es. nella zona di Val Trebbia rattosgorattin, in Calabria nel comune di Mendicino (CS)  suriceacieddru.

A Genova, ma un po’ in tutta la Liguria, si descrive il pipistrello come un “ratto pennuto” usando le espressioni ratto pennugo o ratto pernugo (anche con piccole variazioni nella composizione delle parole), così anche in Sardegna a Cagliari ratapignata (dal catalano ratapinyada) e a Oristano nel comune di Bosa sorighe pinnadule, ma anche a svariati km di distanza a Mistretta comune di Messina ma sempre con lo stesso significato rizzabannotta.

Altre descrizioni riguardano il modo di volare del pipistrello: a Bari trtueghj (indica movimento tortuoso in volo), a Otranto (LE) azzalitédda.

Abbiamo anche delle associazioni con animali diversi dal topo: a Brindisi ninninedda (rondinella), a Lecce lindinèddha di nètte (rondinella della notte), a Bari parpagghiòwnə (da parpaglione farfalla grande), menzione particolare e curiosa a Cremona grégnapapula dove gregna è strega e papula si associa alla farfalla, quindi una specie di strega-farfalla.

Alcune definizioni non evidenziano il volo ma il fatto di avere le ali: a Brindisi o a Lecce potreste sentire surge kull’ale (topo con le ali), nel comune di Sternatia (LE) pondikò apedastò (topo alato), a Sassari alipedde (ali di pelle). Rimanendo nelle descrizioni fisiche dei chirotteri abbiamo in Calabria un termine un po’ in disuso pantuocchiu (topo tutto occhi), oppure in Molise ciéllə mammaràunə (uccello con le mammelle) che sottolinea il fatto di essere un mammifero con la capacità del volo.

In Sicilia a Palermo taddarita (dal greco nycterida) evidenzia il verso emesso, esiste anche una tipica espressione “fari comu na taddarita” cioè persona che dimenandosi emette suoni particolarmente acuti. Il termine taddarita, anche con piccole variazioni della parola, è utilizzata a Messina, Catania e a Reggio Calabria.

Ci sono nominativi per i pipistrelli che evidenziano  peculiarità comportamentali: a Palau (SS) razzu pindutu (topo appeso) ovvio riferimento al loro posizionarsi a testa in giù, oppure in Abruzzo sottpence (sotto la tegola) uno dei tanti rifugi usufruiti dai chirotteri.

Abbiamo termini dialettali che rispecchiano comportamenti e caratteristiche fisiche ma che non corrispondono alla realtà dei fatti, piuttosto si basano su vecchie dicerie, ad es. la cecità dei pipistrelli: a Soleto (LE) tiflopòndiko zze t’aèri (topo cieco) o nella zona sarda del  Sarrabus-Gerrei pillohi allappau (uccello abbagliato); in Occidente è diffusa la falsa credenza sulla propensione dei pipistrelli di impigliarsi tra i capelli degli esseri umani, in Trentino Alto Adige è chiamato ràpe (rapare, pelare), a Trieste ciapacavei (tagliare i capelli come unica soluzione per liberare il pipistrello impigliato).

I chirotteri sono diffusi un po’ ovunque, quindi non poteva mancare pondikò agrikò (topo campestre) nel comune di Calimera (LE); nelle campagne c’è sempre stata un’ottima convivenza tra le varie creature e l’uomo, spesso quest’ultimo è stato solito assegnare alle diverse specie animali un nomignolo, un nome parenterale, come “zio” e “nonno”, proprio questo dovrebbe essere il motivo di barbastrejo (barba significa zio nel dialetto veneto), molto diffuso in Veneto, ma anche in Friuli nella zona di Trieste e in gran parte dell’Emilia Romagna (con alcune minime varianti).  

Un termine dialettale facilmente capibile è pipistrél (a Mantova, Varese, Trento, Venezia, Verona, Parma) che tronca la parola pipistrello, la quale deriva dal latino vespertilio (-onis), da cui spurtiglione caratteristico della Campania.

Sappiamo bene che il pipistrello è un animale che predilige la “notte” (il significato di vesper è “sera, vespro”), da qui in quasi tutto il Centro Italia è molto comune chiamarlo nottola (o similari), in Friuli Venezia Giulia gnotul oppure notul verso Pordenone, invece in alcune zone della Calabria aggellu ’e notte.

Nottola è un vocabolo che fa parte anche del dialetto romanesco ma che difficilmente sentirete nella zona di Roma perché caduto in disuso, ma ha la particolarità di assumere un significato leggermente diverso “guardia notturna”. Un significato analogo ha la parola dialettale che identifica il pipistrello ad Altamura (BA) ruttewagghje,  in dialetto arcaico significa “a guardia della grotta”, curioso che riporta alle memorie il pensiero dei Maya.

Non possono mancare una compilation di nomi legati al maligno, a Satana o storie fantasy: Bitonto (BA) aciəddə d-u dəmònjə (uccello del demonio), Brindisi e Lecce diaulicchiu (diavoletto), Bari malacíəddə (cattivo uccello), Teramo cavaucchie o cavarucchiə (cavaocchi), in Veneto sghir (folletto).

Ormai è chiaro che, tra i vari dialetti sparsi per l’Italia, abbiamo una grande ricchezza di nomi, nella sola zona del Salento abbiamo più di 40 modi per definire un pipistrello, così anche la lingua sarda, che ha ricevuto influenze dal greco-bizantino, ligure, toscano, catalano, castigliano e italiano, presenta per ovvie ragioni tantissimi nomi. Molti di questi nomi meritano essere citati pur ignorando attualmente l’etimologia: in Sardegna zurrundeddu, sazzamurreddu, pisteddu; in Puglia sóvræppénghe, spruuinghie; in Basilicata mattvòggh.

Vi lascio con una duplice curiosità: a Verona chiamano il pipistrello signapola, ma ci comunicano che è un termine utilizzato anche per indicare una “vecchia rinsecchita”, invece a Molfetta (BA) tavagghiòele e il Lessico Molfettese prodotto nel 1903 da Rosaria Scardigno ne presenta un duplice significato: “pipistrello; donna sconclusionata e corrotta”.

Articolo in aggiornamento: se volete anche voi dirci come si dice pipistrello nel vostro dialetto, potete scriverci sulla pagina Facebook dedicata a questo articolo oppure alla nostra e-mail tutelapipistrelli@gmail.com

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